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Storia d’inverno e lavoro artigiano: il Premio SAVT Sant-Orso a Demis Dandrès

«Ho lavorato in vista di questa fiera da ottobre fino ad oggi. Ora mi fermo e guardo cosa ho fatto. In un primo momento non riesco a capire se c’è un legame tra i pezzi realizzati, cosa è successo in questi quattro mesi, se sono contento del mio lavoro. Non troverò una risposta. Poi, lentamente, guardando i lavori e collegandoli al preciso momento in cui li ho realizzati, qualcosa si muove e forse sentisco ciò che li lega tra loro e come hanno preso forma. Ancora non so se sono contento. Ciò che ho capito è che questa è la storia del mio inverno».

Sono queste parole, incorniciate e poste all’ingresso dello stand di Demis Dandrès, a dare il senso del percorso e del vissuto di questo giovane artigiano valdostano. Un lavoro fatto di tempo lungo, di dubbi, di ritorni e di ostinazione, che prende forma e parla attraverso le sue opere. È anche da qui che nasce l’assegnazione del Premio SAVT Foire de Saint-Ours.

Come ogni anno, la giuria del Premio SAVT – composta da Claudio Albertinelli, segretario generale del SAVT, Giorgia Sordi, Alessandro Parrella, Rémy Comé, Cottino Aldo e Genny Perron – si è ritrovata alle ore 9.00 presso la sede del SAVT per partire alla scoperta degli artigiani della Foire. Una ricerca che quest’anno si è ampliata: non solo il padiglione di piazza Chanoux, ma tutte le vie della Fiera, da via Sant’Anselmo a via De Tillier, da via Xavier de Maistre a piazza Roncas.

Un’ edizione che ha evidenziato un aumento degli artigiani professionisti e ha reso il lavoro della giuria particolarmente complesso. «Non è stato semplice individuare un vincitore», raccontano. Il confronto è stato acceso, le discussioni lunghe. Alla fine, la scelta è ricaduta su Dandrès che, secondo la giuria, « a su introduire une innovation portée par une signature stylistique singulière, capable de captiver le regard du visiteur tout en lui laissant une empreinte mémorielle durable. Cette démarche novatrice s’inscrit néanmoins dans un profond respect de la tradition, perceptible dans l’usage de matériaux classiques qui évoquent le monde du travail agricole à ses origines, comme en témoigne notamment l’œuvre consacrée à la fenaison. »

Il suo percorso inizia nel 2012 e si consolida nel 2020, quando decide di trasformare le competenze raggiunte in una professione. «La scultura inizia con i corsi regionali, poi con la bottega a scuola», spiega. «Ma è sempre rimasta un po’ marginale, perché la tornitura è più immediata». Non per questo meno centrale sul piano personale: «Sono quindici anni che non mollo, anche quando le circostanze esterne mi allontanano».

È qui che Storia d’inverno smette di essere solo un testo e diventa una vera chiave di lettura del suo lavoro. La scultura, per Demis, è tempo e isolamento. «Per come la vivo io è quasi una forma di clausura. Sei nella tua dimensione per un certo periodo, è un lavoro lento». Un tempo che non sempre coincide con le logiche produttive, ma che resta necessario per dare forma a un linguaggio personale.

Proprio per questo la scultura ha bisogno di essere alternata. «Dopo mesi di scultura c’è bisogno di altro: vedere persone, comunicare, scambiare. E far lavorare di nuovo la testa per preparare un nuovo momento di scultura». È un equilibrio fragile, ma consapevole, tra concentrazione e apertura, tra silenzio e relazione.

La scelta dell’atelier alla Foire nasce da questa consapevolezza. «Ho voluto investire un periodo di tempo più lungo sulla scultura, tralasciando in parte il lavoro al banco, per vedere se arriva una risposta». Una risposta che oggi c’è. «Sto ricevendo molte reazioni positive. È un altro tipo di contatto, ma sono contento».

Un percorso personale, ma anche temporale, che Dandrès esplicita nella seconda parte delle parole incorniciate all’ingresso del suo stand, raccolte sotto il titolo Storia d’inverno.

Ottobre. Il soffio d’autunno fa volare l’aquilone leggero nel vento. Si inizia con gioia! Energia, mi accompagni!

La pioggia novembrina crea pozzanghere colorate in cui far navigare idee strampalate…
Si librano in cielo forza ed entusiasmo, ma uno sguardo malinconico fa capolino sul viso.

Inizia la discesa, lenta, come la luce di novembre
Un cuore luminoso pulsa nel centro, ma è il tempo dell’introspezione: si scende nelle camere più remote del sé…

Il giorno e la notte, il chiaro e lo scuro, la luce e il buio. Combatto leggendo…

È la vittoria del buio. Il nero liquame è colato dal cielo e ora tutto è profondo, tutto quanto è più scuro.
Ma una macchia di fuoco tiene accesa una luce. Mi riparo dal mondo.

Ora il peggio è passato, Nuova vita si muove. Con la forza mi arrampico e d’altro mi volto…

Getto indietro uno sguardo mentre il nuovo è in arrivo. Come Giano Bifronte, guardo in due direzioni…

La fatica è arrivata, il gran giorno è vicino. Ho spostato le cose lungo questo cammino.

Ho tagliato e girato, ho pensato e sognato. Accatastati i pensieri, il momento è arrivato.

Il Premio SAVT riconosce non solo una qualità artistica, ma una condizione di lavoro reale: fatta di equilibrio, di lentezza, di ricerca e di dignità. «Il sogno sarebbe riuscire a combinare le due cose», dice Dandrès. Una frase semplice che racconta, meglio di molte analisi, cosa significhi oggi essere lavoratori artigiani.

Genny Perron