Oggi, martedì 7 luglio, la Cogne Acciai Speciali si è fermata. Si è fermata la più grande industria valdostana. Si è fermata la produzione. Ma, soprattutto, si sono alzate con forza le voci delle lavoratrici e dei lavoratori che ogni giorno mandano avanti lo stabilimento. Davanti alla palazzina della direzione aziendale si sono radunati oltre 200 dipendenti, al coro di “l’integrativo non si tocca”, “più rispetto per gli operai” e “Luca uno di noi”.
Uno sciopero forte, partecipato, unitario, proclamato da CGIL, CISL, UIL e SAVT contro la decisione della direzione di disdire unilateralmente il contratto integrativo aziendale, in vigore da 31 anni. Una scelta grave, che il sindacato respinge con fermezza. Perché il contratto integrativo non è una concessione dell’azienda. Non è un favore. Non è un privilegio. È il risultato di decenni di battaglie, sacrifici, trattative, assemblee e conquiste collettive. È parte della storia della Cogne e della dignità di chi, da generazioni, produce acciaio in Valle d’Aosta.
La risposta dei lavoratori è stata chiara: davanti a un atto unilaterale, la fabbrica si compatta.
La Cogne Acciai Speciali non è un’azienda qualsiasi. Conta circa 1.200 dipendenti diretti, che diventano 1.500 considerando anche chi lavora all’interno dello stabilimento attraverso logistica, trasporti, pulizie, mense e manutenzioni. Dietro quei numeri ci sono famiglie, salari, mutui, figli, futuro. Per questo la vertenza Cogne non può essere liquidata come una semplice questione aziendale: è una questione sociale, economica e politica che riguarda tutta la Valle d’Aosta.
Il sindacato non nega le difficoltà che attraversano l’industria italiana ed europea, in particolare il settore siderurgico. Ma una cosa deve essere chiara: la crisi non possono pagarla sempre e solo le lavoratrici e i lavoratori. Non è accettabile che, davanti a problemi industriali, organizzativi e di mercato, l’unica risposta dell’azienda sia mettere mano ai diritti, al salario e alle tutele di chi lavora. Se ci sono sacrifici da fare, devono essere sacrifici condivisi. Non scaricati dall’alto, con decisioni unilaterali, sulle spalle degli operai. La disdetta dell’integrativo apre uno scenario pesantissimo. Se entro il 30 settembre non verrà raggiunta una nuova intesa, rischiano di saltare istituti fondamentali: premio di risultato, maggiorazioni, permessi per visite mediche, regole sulle fermate estive e invernali, tempistiche per i passaggi di inquadramento. Non si tratta di dettagli tecnici. Si tratta di pezzi concreti di salario, organizzazione del lavoro, diritti e vita quotidiana.
Il punto non è rifiutare il confronto. Il sindacato è pronto a discutere, come ha sempre fatto. Ma discutere non significa accettare ricatti. Un contratto integrativo può essere aggiornato, migliorato, ridefinito. Non può essere cancellato con un colpo di spugna, imponendo tempi stretti e mettendo i lavoratori con le spalle al muro.
Per il SAVT Industrie, così come per le altre organizzazioni sindacali, il metodo è sostanza. Un integrativo non si decide in una stanza chiusa tra direzione e segreterie. Si discute con le RSU, passa dalle assemblee, viene spiegato ai lavoratori e alla fine sono le lavoratrici e i lavoratori a dover esprimersi. Questa si chiama democrazia sindacale. E la democrazia sindacale non può essere compressa in novanta giorni, per di più in un periodo segnato dalle fermate e da una situazione aziendale complessa.
Ma lo sciopero di oggi non parla solo di contratto. Parla soprattutto di un clima interno che è diventato sempre più pesante. Negli ultimi mesi dialogo, concertazione e rispetto sembrano aver lasciato spazio a decisioni unilaterali, controlli sempre più rigidi, contestazioni disciplinari e provvedimenti pesanti.
La fabbrica non è una caserma. Chi lavora non può essere trattato come un costo da comprimere, un numero da controllare, un problema da disciplinare. La Cogne è fatta dalle mani, dalla competenza, dalla fatica e dalla responsabilità dei suoi lavoratori. Senza di loro non c’è produzione, non c’è acciaio, non c’è futuro industriale.
Il coro “Luca uno di noi” ha dato voce a una ferita profonda. Il riferimento è al licenziamento in tronco di un lavoratore dopo trent’anni di lavoro alla Cogne. Un episodio che ha colpito duramente i colleghi e che viene vissuto come il simbolo di un clima non più sopportabile.
“Luca è uno di noi. Il suo licenziamento in tronco dopo trent’anni di lavoro alla Cogne ci ricorda che da oggi potrebbe toccare a ognuno di noi”, ha dichiarato Zeno Pucci, segretario del SAVT Industrie. “Non possiamo più tacere di fronte a certi metodi. Ora dobbiamo rimanere uniti e compatti”.
Le parole di Pucci riportano al centro il ruolo del sindacato: difendere chi lavora, pretendere rispetto, impedire che la paura diventi uno strumento di gestione aziendale. Il SAVT Industrie rivendica con forza la necessità di ristabilire relazioni industriali corrette, fondate sul confronto vero e sul riconoscimento del valore del lavoro operaio.
Lo sciopero di oggi è un segnale alla direzione: i lavoratori non sono disposti ad arretrare in silenzio. Non accetteranno che trentuno anni di contratto integrativo vengano cancellati senza una discussione seria. Non accetteranno che la crisi diventi il pretesto per ridurre diritti, salario e dignità. Non accetteranno che il clima in fabbrica continui a peggiorare senza una risposta collettiva.
La vertenza entra ora in una fase decisiva. Il 9 luglio le organizzazioni sindacali sono convocate dall’assessore regionale competente per le politiche industriali e dello sviluppo. In seguito, a stretto giro, dovrebbe aprirsi la trattativa sul contratto integrativo.
La Cogne non può essere lasciata sola.
Oggi la fabbrica si è fermata. E proprio fermandosi ha detto una cosa semplice e potente: senza lavoratrici e lavoratori non c’è Cogne. L’integrativo non si tocca, il rispetto non si mendica, la dignità non si contratta al ribasso.
